Cavare il marmo dall’ideologia

La nazionalizzazione di Carrara e il Piano del territorio toscano
17 MAR 15
Ultimo aggiornamento: 15:08 | 16 AGO 20
Immagine di Cavare il marmo dall’ideologia
Una nazionalizzazione nell’Italia del 2015? La nuova legge 356 del Consiglio regionale toscano sulle cave di marmo di Carrara è stata definita come “esproprio proletario con evidenti profili di incostituzionalità” e “legge sovietica” dall’opposizione di centrodestra. Il Pd l’ha difesa come “legge liberale e liberista”, che “rende di nuovo pubblico ciò che pubblico era già”. In realtà, già nel 1751 Maria Teresa Cybo-Malaspina, duchessa sovrana di Massa e Principessa di Carrara, aveva decretato la parziale privatizzazione di un settore che è famoso fin dai tempi di Cesare, che conta un migliaio di imprese, dà lavoro a 12 mila persone e assicura un export da 700 milioni l’anno.
Una delle poche commodity italiane, e infatti è con motivazioni da nazionalizzazione petrolifera che il governatore Enrico Rossi ha difeso un provvedimento che impone al 30 per cento di cave finora private il pagamento di una concessione e l’obbligo di lavorare in loco almeno il 50 per cento del marmo estratto. “Bisogna tornare a lavorare il marmo, non solo a escavarlo”. Ma per Confindustria Toscana più pericolosa ancora della nazionalizzazione è “l’ipoteca di un ambientalismo ideologico che vede il territorio come un vincolo e non come un contenuto dello sviluppo della Toscana”. Riferimento al Piano paesaggistico dell’assessore Anna Marson, che il Pd ha rimesso in discussione, e che permetteva la riapertura di cave solo sotto i 1.200 metri e dismesse da meno di 20 anni. Insomma, la nazionalizzazione, e 4 milioni di euro in più al comune di Carrara, come escamotage per far passare la modifica al Piano, e mettere a frutto almeno un po’ il territorio, invece di monumentalizzarlo.